Il ruolo della famiglia DENTRO LA SCUOLA

RELATORE: PROF. ANDREA CANEVARO
direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione
dell'Università degli Studi di Bologna
e membro del Consiglio di Amministrazione del CEIS di Rimini


6.  LA MORTE E IL DOLORE

Poi ci sono i rapporti che entrano più nelle pieghe delle famiglie e che hanno a che fare con le cose dolorose: le malattie, le questioni che hanno a che fare con le scomparse. Questi sono altri momenti di grande importanza. C’è una poesia in dialetto valdostano che a me piace molto e dice: “Io ti educo alla morte educandoti alla vita”. C’è una profonda verità in tutto questo. Lo sappiamo bene, ma questo è un elemento che tante volte risulta non affrontato, vissuto come qualche cosa che è estraneo all’educazione. L’educazione è un modo per affrontare e capire fatti che portano ad essere lontani da persone che non possono più insegnarci  qualche cosa con la loro vicinanza, con la loro presenza. Quindi l’educazione è anche codificare, memorizzare, riorganizzare qualche cosa che non è più a disposizione con la persona che c’era prima. Questo, quando si è più grandi, lo si incontra, ci si riflette, perché ci sono delle perdite.

Pensai quello che sto dicendo adesso con più lucidità perdendo un caro amico di Zurigo che morì cadendo dalla bicicletta urtato da un autobus. Io, perdendo Mario, mi resi conto che dovevo fare un lavoro importante di memoria, perché non potevo più domandare a Mario delle cose. Dovevo fare in modo che, dopo la sua scomparsa, proseguisse un lavoro che era già presente.

Nella vita non solo per la morte, ma anche per altri motivi ci si allontana. Per esempio ci si allontana dai maestri perché si va in un’altra scuola. Allora quello che hanno insegnato quei maestri lo si porta dietro o è finito?

Educare alla morte vuol dire educare alla lontananza, all’allontanamento.

La collaborazione e l’ingresso dei genitori nelle scuole può significare anche domandarsi “Cosa dico ai bambini quando muore qualcuno?”. Ci abbiamo mai pensato? Naturalmente è un fatto privato. Tuttavia molti preferiscono anche ragionare di queste cose insieme. Una volta un giovane genitore era morto e tutti si sono domandati: “Ma cosa diciamo ai bambini quando muore una persona?”. Una sera abbiamo ragionato a lungo. C’erano posizioni diverse: la pluralità. Chi pensava che con la morte fosse finito tutto, chi aveva una visione diverse. Si è arrivati a dire: “Una persona che muore vive nel nostro ricordo, va nel nostro ricordo”. E’ una frase non solo poetica, ma anche impegnativa, giusta. Adatta a tenere insieme la pluralità. Questo sforzo di trovare dei punti comuni da punti diversi è l’incontro dei genitori con la scuola. Mi piace che sia questo.

Non auspico certamente che non ci siano disgrazie per scoprire come sia importante lavorare insieme. Ma spesso le questioni del dolore sono presenti nella vita di tutti e farle passare come delle cose che non esistono ritengo sia scorretto, sbagliato e poco utile. Non auspicarle, ma sapere che ci sono e sapere che c’è un ambiente dove se ne può parlare. Questo risponde a un’esigenza molto presente nella vita odierna. La vita urbana ormai è anche nelle campagne e vuol dire anche non avere scambi, non avere grandi unità familiari con nonni e parenti. La vita urbana vuol dire avere unità molto ridotte, in cui la possibilità di confronto e di ascolto sono ridotte. Allora gli incontri organizzati con l’utilità di capire un po’ come si affrontano certi problemi come il dolore sono interessanti.

Titolo

1) Educare, verbo delicato

2) Educare = attraversare

3) Rituale = far scorrere

4) I mediatori

5) Pluralità di soggetti, pluralità d'intenzioni

6) La morte e il dolore

7) La capacità di essere responsabili

8) La scomparsa dei riti di passaggio

9) Spazi di ospitalità nella scuola