6.
LA MORTE E IL DOLORE
Poi ci sono i rapporti che entrano
più nelle pieghe delle famiglie e che hanno a che fare con le cose
dolorose: le malattie, le questioni che hanno a che fare con le
scomparse. Questi sono altri momenti di grande importanza. C’è
una poesia in dialetto valdostano che a me piace molto e dice: “Io
ti educo alla morte educandoti alla vita”. C’è una profonda
verità in tutto questo. Lo sappiamo bene, ma questo è un elemento
che tante volte risulta non affrontato, vissuto come qualche cosa
che è estraneo all’educazione. L’educazione è un modo per
affrontare e capire fatti che portano ad essere lontani da persone
che non possono più insegnarci qualche cosa con la loro
vicinanza, con la loro presenza. Quindi l’educazione è anche
codificare, memorizzare, riorganizzare qualche cosa che non è più
a disposizione con la persona che c’era prima. Questo, quando si
è più grandi, lo si incontra, ci si riflette, perché ci sono
delle perdite.
Pensai quello che sto dicendo adesso
con più lucidità perdendo un caro amico di Zurigo che morì
cadendo dalla bicicletta urtato da un autobus. Io, perdendo Mario,
mi resi conto che dovevo fare un lavoro importante di memoria, perché
non potevo più domandare a Mario delle cose. Dovevo fare in modo
che, dopo la sua scomparsa, proseguisse un lavoro che era già
presente.
Nella vita non solo per la morte, ma
anche per altri motivi ci si allontana. Per esempio ci si allontana
dai maestri perché si va in un’altra scuola. Allora quello che
hanno insegnato quei maestri lo si porta dietro o è finito?
Educare alla morte vuol dire educare
alla lontananza, all’allontanamento.
La collaborazione e l’ingresso dei
genitori nelle scuole può significare anche domandarsi “Cosa dico
ai bambini quando muore qualcuno?”. Ci abbiamo mai pensato?
Naturalmente è un fatto privato. Tuttavia molti preferiscono anche
ragionare di queste cose insieme. Una volta un giovane genitore era
morto e tutti si sono domandati: “Ma cosa diciamo ai bambini
quando muore una persona?”. Una sera abbiamo ragionato a lungo.
C’erano posizioni diverse: la pluralità. Chi pensava che con la
morte fosse finito tutto, chi aveva una visione diverse. Si è
arrivati a dire: “Una persona che muore vive nel nostro ricordo,
va nel nostro ricordo”. E’ una frase non solo poetica, ma anche
impegnativa, giusta. Adatta a tenere insieme la pluralità. Questo
sforzo di trovare dei punti comuni da punti diversi è l’incontro
dei genitori con la scuola. Mi piace che sia questo.
Non auspico certamente che non ci siano
disgrazie per scoprire come sia importante lavorare insieme. Ma
spesso le questioni del dolore sono presenti nella vita di tutti e
farle passare come delle cose che non esistono ritengo sia
scorretto, sbagliato e poco utile. Non auspicarle, ma sapere che ci
sono e sapere che c’è un ambiente dove se ne può parlare. Questo
risponde a un’esigenza molto presente nella vita odierna. La vita
urbana ormai è anche nelle campagne e vuol dire anche non avere
scambi, non avere grandi unità familiari con nonni e parenti. La
vita urbana vuol dire avere unità molto ridotte, in cui la
possibilità di confronto e di ascolto sono ridotte. Allora gli
incontri organizzati con l’utilità di capire un po’ come si
affrontano certi problemi come il dolore sono interessanti.
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Titolo
1) Educare,
verbo delicato
2) Educare
= attraversare
3) Rituale
= far scorrere
4) I
mediatori
5) Pluralità
di soggetti, pluralità d'intenzioni
6) La morte e il
dolore
7) La
capacità di essere responsabili
8) La
scomparsa dei riti di passaggio
9) Spazi
di ospitalità nella scuola |