Progetto intercultura di Circolo
 
Attività di laboratorio
a.s. 2001-2002
"Cultura tra culture diverse"
Scuola e alunni stranierei: una difficile scommessa

di Maria Cristina Peccianti - Siena
Aprile 2001


Le bambine e i bambini non italofoni presenti nella scuola italiana sono circa 140.000.

Certamente un numero più che sufficiente perché la scuola si occupi e si preoccupi del loro apprendimento linguistico.

La scuola si occupa in verità dell’apprendimento linguistico di tutti i bambini, ma il tipo di apprendimento previsto dai programmi e condotto nelle classi delle nostre scuole fa leva su un livello di conoscenza dell’italiano generalmente condiviso, pur con le note differenze di origine geografica e socio economica, da tutti gli alunni.

Adesso in molte grandi città, come Rimini, ad alta densità migratoria, gli insegnanti si trovano a fare i conti con classi in cui solo una parte degli alunni hanno competenze linguistiche da parlanti nativi italiani. L’altra parte, quella che non possiede l’italiano come lingua materna, ha invece urgente bisogno di acquisire la competenza linguistica necessaria agli usi che la scuola richiede e che sono, in gran parte, cognitivi.

Di fronte ad un bisogno così palese tuttavia le istituzioni non hanno dato fino ad oggi che risposte deboli e confuse.

Ancora una volta la ricerca di soluzioni ricade sulla buona volontà e la grande arte di arrangiarsi degli insegnanti. E si tratta di soluzioni niente affatto facili, non fosse altro che per il continuo intersecarsi fra lingua e apprendimento, che si realizzano nella didattica quotidiana. Così come non è affatto facile l’attività scolastica dei ragazzi stranieri, costretti ad imparare una lingua che è, nello stesso tempo, prodotto e veicolo di quell’apprendimento che la scuola chiede loro di realizzare.

Ancora una volta si cerca, con le parole, di colmare i vuoti strutturali, di nascondere gli scarsi e male utilizzati investimenti, di ovviare all’assoluta mancanza di analisi concrete dei problemi.

Niente altro che parole (belle? o solo confuse?) hanno infatti offerto, su questo particolare capitolo della scuola italiana, i nuovi curricoli. Si dice che l’italiano per i ragazzi non italofoni inseriti nella scuola è “lingua di contatto” e sembra che questa nuova espressione, ritenuta più aderente di altre alla complessa realtà linguistica degli immigrati stranieri, riesca di per sé a mettere tutto a posto.

Ciò detto vogliamo tuttavia precisare che non abbiamo sul tema una posizione assolutamente pessimista e sterilmente polemica.

Pensiamo, in realtà, che l’incontro con i bambini stranieri, sia, nel cammino della scuola italiana, una grande opportunità e che ci ponga nelle condizioni di scommettere.

E’ sicuramente una scommessa difficile, piena di incerti, priva di sostegni, ma anche affascinante e stimolante. Ed è anche una scommessa da affrontare con cognizione di causa, partendo da analisi concrete e puntuali, ricercando e chiedendo competenze specifiche, approntando materiali, eseguendo verifiche rigorose, procedendo nella didattica quotidiana con spirito sperimentale, conservando e sistematizzando le esperienze di insegnamento, capitale prezioso sempre molto poco valorizzato.